Salute

Congestione venosa pubblicato uno studio dell’Ospedale di Busto Arsizio

Spiega il dottor Mumoli:: "Rappresenta un importante passo avanti nella valutazione emodinamica della congestione venosa al letto del paziente".

Congestione venosa pubblicato uno studio dell’Ospedale di Busto Arsizio
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Il Dipartimento di Medicina Cardiovascolare insieme alla dottoressa Deborah Blanca hanno firmato uno studio dedicato al VExUS.

Congestione venosa pubblicato uno studio

Il Dipartimento di Medicina cardiovascolare dell’Ospedale di Busto Arsizio (dottor Nicola Mumoli, direttore, la dottoressa Lucia Colavolpe e il dottor Piero Tarantini), insieme alla collega dottoressa Deborah Blanca, hanno firmato uno studio dedicato al VExUS (Venous Excess Ultrasound).

Come spiegano dall’Asst Valle Olona in una nota il VExUS è stato valutato come strumento impiegabile al letto del paziente per quantificare la congestione venosa sistemica e prevedere il danno d’organo correlato alla congestione, in particolare il danno renale acuto (AKI, Acute Kidney Injury).

Lo studio, pubblicato sull’illustre rivista scientifica Journal of Clinical Ultrasound, ha quindi sintetizzato le evidenze attualmente disponibili in relazione all’ecografia della congestione venosa (VExUS), focalizzando l’attenzione sulla sua integrazione con indici cardiaci, algoritmi decisionali clinici e identificazione delle lacune nelle evidenze scientifiche, al fine di orientare la ricerca futura.

Attraverso la valutazione dei profili di flusso nelle vene epatiche, portale e renali, associata alla misurazione delle dimensioni della vena cava inferiore (VCI), il VExUS consente il monitoraggio seriale dell’evoluzione della congestione venosa. Nonostante presenti un alto valore prognostico nei pazienti con insufficienza cardiaca, le sue prestazioni predittive variano nelle popolazioni cliniche più eterogenee.

“Un importante passo avanti”

Spiega il dottor Mumoli:

“Il VExUS rappresenta un importante passo avanti nella valutazione emodinamica della congestione venosa al letto del paziente, spostando l’attenzione dalle misurazioni basate sulla pressione ai profili di flusso specifici dei singoli organi. Quando viene associato agli indici di portata arteriosa, offre un quadro valutativo completo che potrebbe contribuire a orientare la gestione dei fluidi e a prevenire le disfunzioni d’organo correlate alla congestione”.

Ad oggi, le evidenze più solide supportano l’impiego del VExUS come strumento complementare per identificare una congestione venosa significativa, con valore prognostico nella sindrome cardiorenale e nell’insufficienza cardiaca, nonché per identificare i fenotipi di danno renale acuto da congestione, soprattutto nei pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca e nei pazienti con insufficienza cardiaca.

Conclude il dottor Mumoli:

“Il VExUS dovrebbe essere utilizzato a supporto di un processo decisionale clinico individualizzato, attraverso rivalutazioni ecografiche seriale, integrazione con gli indici di perfusione e considerazione dei potenziali fattori confondenti. Ecco perché riteniamo che l’integrazione del VExUS con gli indici di portata cardiaca potrebbe aiutare i clinici a identificare specifici fenotipi emodinamici, orientando strategie terapeutiche mirate e personalizzate”.