Cultura, parola e confronto: la risposta alla violenza. Il rettore del Collegio Rotondi di Gorla Minore, don Andrea Cattaneo, condivide una riflessione dopo l’uccisione dello studente a scuola in Liguria,
«La cultura può salvare»
Cultura, parola e confronto per guarire dalla violenza. È il messaggio che il rettore del collegio Rotondi, don Andrea Cattaneo, ha voluto consegnare pubblicamente, condividendo le sue riflessioni da educatore e punto di riferimento per ragazzi e famiglie dopo l’uccisione di uno studente per mano di un compagno, un fatto che la cronaca nazionale ha portato con tutta la sua drammatica inquietudine nelle case di tutti.
«Quanto è accaduto è un segno di un disagio – osserva –. Sembra che progressivamente abbiamo abbandonato “l’arma” della cultura per ritrovarci circondati da armi vere: coltelli branditi non solo per difendersi, ma anche per ferire e uccidere. È un passaggio che non avviene all’improvviso». Secondo il rettore, si tratta della conseguenza di un impoverimento culturale e della perdita di valori condivisi, «tanto da una prospettiva religiosa quanto da una visione laica dell’uomo».
Da dove nasce la violenza che attraversa i giovani?
La domanda più urgente resta allora una: da dove viene tutta questa violenza? «Chi ha insegnato ai nostri ragazzi che di fronte a un problema, a una frustrazione, a un conflitto, la risposta possibile sia l’uso della forza?», si chiede don Cattaneo. Sempre più spesso, osserva, i giovani ricorrono alla violenza quando non riescono a gestire ciò che provano: «Diventa un linguaggio immediato, efficace, apparentemente risolutivo. Ma qualcuno questo linguaggio lo ha legittimato».
Come adulti e come comunità educante, avverte il rettore, non ci si può chiamare fuori: «Viviamo immersi in un clima culturale in cui la violenza è normalizzata. Il conflitto non viene elaborato, ma spettacolarizzato. Non si discute, si aggredisce. Non si argomenta, si alza la voce. Non si cerca la verità, si cerca di vincere. In questo contesto, i ragazzi finiscono per assorbire questo linguaggio come se fosse normale».
Educare alla vita: il ruolo decisivo della scuola e della comunità
Da qui l’appello a ricostruire una vera comunità educante: «Serve che scuola, famiglia, parrocchia, istituzioni e mondo dell’informazione tornino a parlare con i giovani e ai giovani. E che si ritrovi la cultura come prima forma di difesa dell’umanità». Perché, sottolinea don Cattaneo, «dove c’è cultura, c’è parola; dove c’è parola, c’è confronto; dove c’è confronto, la violenza arretra».
Una cultura viva, non nozionistica, capace di offrire strumenti interiori: «Che insegni a leggere le emozioni, a governare i conflitti, a riconoscere il valore dell’altro, a dare un nome alle paure prima che diventino violenza». In questo percorso, la scuola ha un ruolo centrale: «Siamo chiamati a ripensare la didattica – ribadisce, facendo proprio il motto del collegio – non solo trasmettendo contenuti, ma educando alla vita». Educare oggi, conclude, significa restituire ai ragazzi la possibilità di affrontare i veri problemi dell’esistenza senza ricorrere alla forza, credendo che la cultura possa ancora salvare: «In questo momento di dolore, la risposta deve essere prima di tutto una ricostruzione interiore e culturale».