Lavoro

Personale e concorrenza dalla Svizzera, Confapi: "Serve un cambio di passo"

L'analisi di Confapi: il lavoro c'è, ma manca una formazione adeguata alle esigenze aziendali. Che, dal canto loro, devono cambiare mentalità se vogliono vincere la "concorrenza svizzera"

Personale e concorrenza dalla Svizzera, Confapi: "Serve un cambio di passo"
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La gestione del personale è un nodo di sviluppo aziendale particolarmente critico in questo periodo post pandemico caratterizzato anche da difficoltà esogene alle dinamiche aziendali.

Il lavoro c'è, ma non i lavoratori (giusti)

Un nodo che fa emergere, come anche il caro energia, una situazione per certi versi paradossale: c’è lavoro e non mancano le commesse ma i costi “fuori controllo” minano la capacità operativa di un’impresa e, sul fronte del personale, non manca la domanda, ma l’offerta non sempre è aderente alle esigenze delle aziende.

È questo, in sintesi, quanto emerge dal focus su “gestione del personale” condotto dal centro studi di Confapi che ha coinvolto le aziende di piccole e medie dimensioni del territorio.

Inattivi e disoccupati

Il dato da cui bisogna partire è quello della ricerca condotta e presentata a fine maggio da Camera di Commercio di Varese in cui si registrerebbe il 29.1% di soggetti inattivi ed il 6.6% di soggetti disoccupati.

Considerato il momento di difficoltà generale occorre però evidenziare che nell’area di Varese, il mercato del lavoro rilevato dalle imprese associate ha presentato dinamiche in moderata espansione.

Una crescita contenuta essenzialmente per due motivi:

"Da un lato – spiega Amanda Bascialla, responsabile dell’area Lavoro, Welfare di Confapi – il mercato svizzero che assorbe le nostre risorse specializzate e già formate, poiché economicamente più attrattivo; dall’altro ci si deve misurare con un “vuoto di offerta” riconducibile alla carenza di candidati alle posizioni disponibili. Ciò fa emergere la mancanza di una formazione adeguata alle esigenze aziendali. E la povertà di competenze specialistiche nelle persone che si presentano ai colloqui in azienda è particolarmente avvertita da chi offre lavoro".

Fuga di lavoratori oltreconfine

La “fuga” oltre confine di personale specializzato colpisce le aziende più prossime al confine, "anche se questo fenomeno non può essere sottovalutato dagli imprenditori del Saronnese e dell’Alto Milanese – interviene Giorgio Binda, vicepresidente Confapi Varese, presidente Unimatica e capo del gruppo Informatico Blend IT – Il tema vero per non è solo quello economico, ma anche quello progettuale. I giovani tendono a scegliere aziende che dimostrano di avere una filosofia aziendale proiettata nel futuro, realtà che al momento del colloquio mostrano un percorso di crescita dentro l’azienda più che la mansione d’ingresso".

Serve un cambio di mentalità

Come superare questi gap? Con un cambio di mentalità da parte di chi fa impresa, ma anche "con una ricerca più profonda e sfruttando ancor di più i fondi destinati alla formazione. Nel primo caso – prosegue Bascialla – c’è uno scarso utilizzo dei percorsi Its post diploma, un canale formativo strategico ma ancora poco conosciuto e utilizzato dalle aziende. Nel secondo caso, in relazione ai fondi per la formazione, solo il 33 per cento accede a queste risorse. Una percentuale ancora bassa rispetto alle aziende che si avvalgono di tutor interni e attivano momenti formativi autonomi".

Transizione digitale e ambientale

L’altro dato che il focus mette in evidenza e sul quale è necessaria una riflessione è quello relativo alle competenze negli ambiti della transizione ecologica e della transizione digitale nel mondo del lavoro. E se per la digitalizzazione si può parlare di un cambio d’approccio avviato più per necessità che per convinzione, per quanto riguarda la transizione ambientale, nelle aziende, c’è ancora una certa reticenza poiché i problemi immediati da affrontare (caro energia sostanzialmente) sono così pesanti da non permettere al momento una visione di sviluppo futuro.

"C’è certamente questa difficoltà a trovare lavoratori giovani che sappiano garantire la doppia transizione – spiega Giorgio Binda – questo perché non esiste ancora una cultura consolidata nell’imprenditore. Ancora oggi la fatica più grande delle Pmi è capire il motivo per cui devono digitalizzare i loro processi produttivi. Non è chiaro che l’efficienza e il recupero del margine perso con l’aumento delle materie prime e dell’energia elettrica può avvenire digitalizzando il processo produttivo aziendale. E per farlo occorre investire in personale specializzato".

Digitalizzare significa automatizzare un processo di produzione, ma anche avere evidenza in modo di rapido di quali sono le aree di miglioramento di tale processo. "Quindi come associazione dobbiamo lavorare per espandere e consolidare questa cultura negli imprenditori".

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