Sentenza

Occupazione dell’ex macello di Saronno, prime condanne tra i Telos: “E’ stato giusto occupare”

I fatti risalgono all'autunno del 2013, quando il Comune decise di tagliare l'acqua allo stabile per allontanare gli occupanti. Loro però reagirono. "Lo rifaremmo"

Occupazione dell’ex macello di Saronno, prime condanne tra i Telos: “E’ stato giusto occupare”
Cronaca Saronno, 13 Gennaio 2021 ore 11:05

Si è chiuso venerdì, dopo quasi 5 anni,  il processo in primo grado a 17 persone coinvolte nell’occupazione dell’ex Macello di via don Monza a Saronno nel 2013 e nelle successive proteste in Municipio. Una decina le condanne.

Occupazione dell’ex Macello, condanne e risarcimento

Dopo quasi 7 anni, una decina le condanne, tutte dai sei mesi all’anno e due mesi a vario titolo per interruzione di pubblico servizio, violenza e minacce, furto e danneggiamento, e un risarcimento di 1500 euro a favore del Comune, che in prima istanza ne aveva chiesti 27mila. Così il Tribunale ha deciso per i 17 fermati e denunciati per l’occupazione dell’ex Macello di Saronno in, in via don Monza, avvenuta nell’autunno del 2013. Uno stabile di proprietà comunale e in disuso da una decina d’anni. Occupazione che il Comune, tramite la Saronno Servizi, aveva cercato invano di chiudere tagliando l’acqua agli inquilini abusivi, operazione riuscita solo al secondo tentativo con la scorta della Polizia agli addetti.

Loro, gli occupanti, però non si erano arresi e avevano continuato a vivere nello stabile e ad organizzare iniziative al suo interno. Il taglio dell’acqua fece ovviamente salire la tensione fra gli anarchici del Telos, protagonisti dell’occupazione, e il Comune all’epoca guidato dalla giunta di centrosinistra di Luciano Porro.

Tensioni che arrivarono al loro culmine quando i Telos entrarono in Comune taniche in mano per caricarle d’acqua e portarle alla casa e per un’opera di volantinaggio, arrivando quasi allo scontro con la Polizia locale.

I Telos: “E’ stato giusto occupare”

Condanne che non incrinano le idee e la convinzione degli anarchici. Quella, ribadiscono, “fu una casa per ragazzi e ragazze della zona, un luogo di incontro e in cui sperimentare la vita in comune, uno spazio che accolse delle persone rimaste per strada in seguito agli sfratti, uno spazio che ospitò iniziative di vario tipo, dalle serate musicali ai dibattiti politici ai cineforum”.

“Se c’è una cosa che questo processo ha fatto è stato rafforzare la convinzione che le aule di tribunale siano un continuo teatrino sconnesso dalla realtà, e che per non essere vittime della realtà omologata che tentano di imporre sia necessario uscire dalla dicotomia legale/giusto illegale/sbagliato e portare avanti con le azioni una critica radicale al mondo che abbiamo intorno – aggiungono – Per noi è stato giusto opporci al taglio dell’acqua, e lo rifaremmo.

È stato giusto occupare e dare nuova vita a luoghi lasciati all’abbandono e abbiamo continuato a farlo negli anni e a sostenere chi ostinatamente cerca di sperimentare l’autogestione e organizzarsi per provare ad affrontare insieme l’alienazione, l’isolamento e la delega di ogni aspetto della propria vita a cui tende la società”.

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