Due anni dopo

Gli anarchici ri-occupano lo stabile di via San Francesco a Saronno: nasce Ca’ Libertaria

Sono tornati lì, in quella che fu la loro ultima occupazione "stabile" e puntano a rimanerci a lungo con un fitto calendario di iniziative che va dalle assemblee allo sport, teoricamente vietato.

Gli anarchici ri-occupano lo stabile di via San Francesco a Saronno: nasce Ca’ Libertaria
Saronno, 18 Ottobre 2020 ore 09:51

Dopo due anni dallo sgombero, gli anarchici saronnesi tornano ad occupare lo stabile di via San Francesco.

Stabile ri-occupato: arriva Ca’ Libertaria

I primi ingressi sono stati ieri, sabato 17, intorno alle 11. Poi alcuni striscioni hanno confermato quanto stava succedendo: gli anarchici sono tornati ad occupare quella che nel 2018 per circa una settimana era stata la loro “casa”, in via San Francesco. Due anni fa l’occupazione durò circa una settimana prima dell’intervento delle forze dell’ordine per lo sgombero e la strenua resistenza di alcuni anarchici sul tetto. Dopo ore di “assedio” e un agitato corteo che costò anche alcuni fermi a dei partecipanti, l’edificio venne liberato e, fino a ieri, restò l’ultima occupazione “stabile” da parte degli antagonisti, che si dedicarono poi solo ad azioni estemporanee e occupazioni “ad hoc”.

Oggi le prime iniziative

Oggi, domenica 18, le prime iniziative all’interno dello stabile occupato: alle 15 assemblea operaia Sol Cobas in vista dello sciopero nazionale della logistica, alle 17 “swap party” di vestiti e piante e lavori collettivi e alle 18 aperitivo e musica. E domani, lunedì,  si aprirà la prima settimana di iniziative con un’assemblea di gestione alle 20.30. Martedì alle 12 “recupero al mercato della merce invenduta per rompere lo schema di consumo capitalista” e cena popolare alle 19. Venerdì alle 15 aula studio sul tema della scuola alle 15 e spettacolo teatrale alle 18. Sabato alle 15.30 “boxe popolare” e yoga alle 17.30 con musica e apericena vegan alle 18.30.

“Scommettiamo su libertà e comunità umana”

“Firma” dell’occupazione il collettivo Adespota, che spiega le ragioni della nuova azione. Ecco le loro parole:

Non crediamo nella vita dopo la morte: e supponiamo che non ci creda nemmeno la maggior parte di voi che leggerete queste poche righe. Siamo convinti di avere una sola occasione, una sola vita: lunga corta bella brutta opulenta misera rabbiosa appassionante che sia.

Non crediamo sia semplice cambiare il mondo, o – per meglio dire – essere parte del cambiamento, giacché il mondo cambia continuamente (e noi con esso), e spesso ad una velocità che non ci consente di comprenderne la direzione per tempo. E ce ne siamo accorti in questo strano 2020: un decennio sembra separarci dal 2019. Tuttavia ancora più difficile di coglierne la direzione è invertire, o anche solo ostacolare il progressivo deterioramento della vita sul nostro pianeta. Deterioramento che è tanto materiale quanto spirituale (e i due aspetti, forse, sono più intrecciati di quanto sembrino): viviamo peggio e stiamo peggio. E questo umore dei tempi si può dire che, per la prima volta nella storia dell’umanità, sia globalizzato: è una novità assoluta infatti tanto la condizione di sfruttamento umano e ambientale quanto il decadimento delle condizioni di vita per la stragrande maggioranza dei viventi. Siamo sempre di più, sempre più sfruttati, sempre più tristi.

Bisognerebbe essere ben oltre l’utopia per credere ad una gestione dell’attuale sistema economico mondiale che non comporti tutto ciò; siamo ben oltre il punto di non ritorno.

Tuttavia non siamo usi guardare la miseria senza quantomeno provare a leggere la situazione e agire di conseguenza. Una scommessa: ripartire da concetti desueti che necessitano di una nuova forma: solidarietà umana, autodeterminazione, conflitto, lotta, rivoluzione. Una scommessa nemmeno troppo ardita, è sufficiente alzare lo sguardo oltre al territorio nazionale, per scorgere rivolte e sommosse che si susseguono ad una velocità notevole a diverse latitudini del globo: dagli Stati Uniti ad Hong Kong, dai Gilet Jaunes francesi ai moti di piazza in Bielorussia, per non parlare di chi da secoli subisce il colonialismo occidentale e con forza ed orgoglio resiste e combatte.

Non ci interessa avere sul mondo lo sguardo rinunciatario di chi ammira le rivolte in paesi esotici per poi piangersi addosso a casa propria, troviamo semmai interessante cogliere come proprio nel momento in cui nella società occidentale l’atomizzazione ci separa, in diverse parti del globo persone simili a noi si raggruppano, mettono in discussione l’ordine stabilito, osano e rischiano.

Viviamo in uno dei territori più cannibalizzati dalle industrie e dall’urbanizzazione, cosa propongono gli aspiranti ideologi di destra e di sinistra? Nuovi supermercati i primi, un polo universitario in odor di gentrificazione dell’intero quartiere Matteotti i secondi.
Noi non ci stiamo.

Non crediamo nei breviari e nelle ricette pronte, tanto meno nell’epoca che stiamo vivendo: non esiste alcuna ricetta pronta da cui attingere l’incantesimo magico con cui attaccare l’ordine mortifero che ci governa. Crediamo però che ci sia qualcosa di insopprimibile, che ha bisogno di riconoscersi per potersi manifestare: la libertà e la comunità umana sono le nostre scommesse.
Ricominciamo da qui, da uno spazio liberato e un mondo che ci opprime da combattere.
“…perché non ho niente da perdere in questo mondo, mondo infame che non sia l’orgoglio di lottare per vederlo poi crollare!”.

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